LE QUATTRO STATUE DEGLI EVANGELISTI NEL DUOMO DI VOGHERA
San Matteo Evangelista
Nel Duomo di Voghera (la Collegiata di San Lorenzo), sono da ammirare le quattro grandiose e magnifiche statue dei Santi Evangelisti Matteo, Giovanni, Marco e Luca, realizzate da Antonio Minghetti. Questo artista (Vicenza, 1880 – Voghera, 1964) è stato un raffinato scultore italiano del Novecento, celebre per la sua produzione d'arte sacra e monumentale divisa tra la Lombardia e gli edifici sacri della Custodia di Terra Santa. Le quattro statue degli Evangelisti di Voghera, iniziate nel 1910, sono state terminate nel 1912 e posizionate quello stesso anno nelle nicchie dei piloni che sorreggono la grande cupola. Ad ogni santo evangelista dedicherò, perché lo meritano considerata la qualità e il pregio, un articolo. Inizierò con la statua di San Matteo, alla quale avevo dedicato qualche riga in un pregresso articolo del 19 ottobre 2023.
Contemplare la statua di San Matteo Evangelista significa lasciarsi condurre in un dialogo silenzioso tra la bellezza dell'arte e la profondità della fede. Il marmo, plasmato con straordinaria maestria, sembra perdere la sua natura di materia inerte per divenire carne spirituale, parola viva, testimonianza. Ogni particolare rivela la sapienza dello scultore, capace di infondere nella pietra un'intensità interiore che supera il semplice realismo per aprirsi al mistero del divino.
Il volto dell'Evangelista è segnato dalla maturità e dalla contemplazione. La lunga barba, la fronte ampia e lo sguardo penetrante raccontano la vita di un uomo trasformato dall'incontro con Cristo. Non è il volto di un filosofo che ricerca la verità con le sole forze della ragione, ma quello di un discepolo che ha sperimentato la misericordia di Dio e ne è divenuto testimone. In quella fisionomia austera e al tempo stesso paterna si legge il cammino spirituale dell'antico pubblicano, chiamato dal Signore mentre sedeva al banco delle imposte: «Seguimi» (Mt 9,9). Una sola parola pronunciata da Gesù bastò a cambiare radicalmente la sua esistenza, trasformando un esattore delle tasse nell'Evangelista che avrebbe narrato la vita del Messia promesso.
La posa della figura possiede una straordinaria forza simbolica. Il braccio destro, levato verso l'alto con gesto deciso, non esprime soltanto un movimento elegante: è una professione di fede. La mano sembra indicare il cielo come origine della Rivelazione, ricordando che il Vangelo non nasce dalla riflessione umana, ma dalla Parola eterna di Dio che si è fatta carne nel Figlio. È un gesto che invita ogni fedele ad alzare gli occhi oltre le realtà terrene, verso quella patria celeste alla quale ogni cristiano è chiamato. L'altro braccio, raccolto sul petto, introduce invece una dimensione profondamente interiore. È come se San Matteo custodisse nel cuore il tesoro della Parola prima ancora di annunciarla al mondo. Vi è qui un richiamo alla spiritualità evangelica: la Parola di Dio deve essere prima accolta, meditata e amata, affinché possa diventare testimonianza autentica. L'evangelizzazione nasce sempre dalla contemplazione.
Dal punto di vista teologico, San Matteo occupa un posto di assoluto rilievo nella tradizione della Chiesa. Il suo Vangelo è quello che maggiormente evidenzia il compimento delle antiche promesse messianiche. Rivolgendosi ai cristiani provenienti dal giudaismo, egli dimostra continuamente come Gesù sia il nuovo Mosè, il Figlio di Davide, il compimento delle profezie e il Re atteso da Israele. Per questo motivo il suo racconto evangelico si apre con la genealogia di Cristo, quasi a mostrare come tutta la storia della salvezza converga nella persona del Redentore. La tradizione iconografica associa San Matteo all'uomo alato, uno dei quattro esseri viventi descritti dal profeta Ezechiele e ripresi nell'Apocalisse di San Giovanni. Questo simbolo richiama l'inizio del suo Vangelo, che insiste sull'umanità del Verbo incarnato e sulla genealogia di Gesù. L'uomo alato rappresenta la dignità della natura umana assunta dal Figlio di Dio e, nello stesso tempo, elevata dalla grazia. Anche se il simbolo non compare esplicitamente in questa scultura, tutta la figura sembra incarnarne il significato: un uomo chiamato dalla misericordia divina a diventare strumento della Parola eterna.
La poderosa anatomia della statua non vuole celebrare una forza puramente fisica. Essa diventa metafora della forza della fede, della solidità dell'annuncio evangelico e della fermezza dell'apostolo. Le profonde pieghe del mantello, scolpite con magistrale equilibrio, sembrano animarsi sotto una brezza invisibile, quasi fosse il soffio dello Spirito Santo che accompagna la missione della Chiesa. La luce che accarezza il marmo genera un continuo alternarsi di chiaroscuri, facendo percepire la figura come viva, immersa in un dialogo incessante tra la dimensione terrena e quella celeste.
La raffinata edicola architettonica che accoglie la statua amplifica ulteriormente il suo significato. Le colonne ornate, le dorature, l'arco classicheggiante e la perfetta simmetria non costituiscono soltanto una cornice decorativa, ma evocano il tempio spirituale della Nuova Alleanza. L'Evangelista appare come una colonna della Chiesa nascente, uno di quei testimoni sui quali Cristo ha edificato la comunità dei credenti. La nicchia assume così il valore simbolico di uno spazio sacro in cui il Vangelo continua a risuonare attraverso i secoli.
Di fronte a quest'opera si comprende come la vera arte sacra non abbia il solo compito di decorare un luogo di culto, ma quello, ben più alto, di diventare catechesi scolpita. La bellezza conduce alla verità; la contemplazione apre alla fede. San Matteo non sembra semplicemente occupare uno spazio nel Duomo di Voghera: continua a predicare nel silenzio del marmo, invitando ogni visitatore ad ascoltare quella stessa voce che un giorno risuonò sulle rive del lago di Galilea e cambiò per sempre la sua vita.
Questa statua diviene così una meditazione visibile sul mistero della vocazione cristiana. Ricorda che Dio non sceglie i perfetti, ma rende perfetti coloro che chiama; non guarda il passato dell'uomo, ma il futuro che la grazia può costruire in lui. Nella figura dell'antico pubblicano trasformato in Evangelista si manifesta il cuore stesso del cristianesimo: la misericordia che rigenera, la Parola che salva e Cristo che continua a chiamare ogni uomo a seguirlo. Così, nel silenzio solenne del Duomo di Voghera, il marmo diventa Vangelo, la scultura si trasforma in preghiera e la bellezza si fa riflesso della gloria di Dio.
San Giovanni Evangelista
Tra le solenni architetture del Duomo di Voghera, la statua di San Giovanni Evangelista si impone con intensa espressione di spiritualità e di bellezza. Non è soltanto un'opera scultorea di grande valore artistico: è una meditazione scolpita nel marmo, una presenza che invita il fedele ad abbandonare il frastuono del mondo per entrare nel silenzio della contemplazione. La figura dell'Apostolo si eleva con una grazia composta e quasi immateriale. Le morbide pieghe della veste scorrono con naturalezza lungo il corpo, creando un raffinato gioco di luci e ombre che dona alla pietra una sorprendente vitalità. Ciò che più colpisce è il volto, rivolto verso l'alto. Non è uno sguardo semplicemente estatico, ma profondamente teologico. Giovanni non contempla un'idea, bensì il mistero del Logos, del Verbo eterno che «era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). L'artista sembra aver voluto tradurre nel marmo il momento in cui l'anima dell'Evangelista si lascia illuminare dalla Verità, divenendo testimone di quella luce che «splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5). La mano destra, sollevata con delicata naturalezza, sembra quasi voler accogliere quella luce divina che discende dall'alto. È un gesto ricco di significato spirituale: richiama l'atteggiamento dell'uomo che non pretende di possedere Dio con la sola ragione, ma si apre umilmente al dono della Rivelazione. L'altra mano stringe il libro del Vangelo, simbolo della missione affidata a Giovanni: custodire e trasmettere la Parola fatta carne. Quel libro non rappresenta soltanto un testo sacro, ma il segno concreto dell'Incarnazione, della presenza di Cristo nella storia dell'umanità. L'intera composizione riflette la particolare identità spirituale dell'Evangelista. Contemplando questa statua, sembra quasi di percepire anche questa missione silenziosa: Giovanni non è soltanto il teologo della luce, ma è il custode della Chiesa nascente, il testimone della Misericordia e dell'Amore che sgorgano dal Cuore trafitto di Cristo. La nicchia che lo accoglie, incorniciata da preziose decorazioni dorate, esalta ulteriormente la purezza del marmo, creando un armonioso dialogo tra la sobria nobiltà della scultura e la ricchezza dell'architettura sacra. Davanti a quest'opera non si ammira soltanto un capolavoro di arte sacra: si percepisce una presenza spirituale. San Giovanni sembra invitare ogni fedele ad alzare lo sguardo oltre le realtà terrene, ricordando che la vera sapienza nasce dall'incontro con Cristo. È una statua che parla nel silenzio, che educa alla contemplazione e che trasforma il marmo in una preghiera, rendendo visibile quella luce del Vangelo che continua a illuminare il cuore dell'uomo. La tradizione iconografica associa San Giovanni all'aquila, simbolo della sua capacità di elevarsi fino alle più alte vette del mistero divino. Come l'aquila fissa il sole senza esserne accecata, così Giovanni contempla il mistero del Verbo eterno, penetrando con lo sguardo della fede là dove la sola ragione non potrebbe giungere. Questa dimensione contemplativa sembra attraversare l'intera scultura: ogni linea invita ad alzare lo sguardo, ogni gesto suggerisce il desiderio dell'infinito. Di fronte a questa opera, il visitatore comprende che la vera arte sacra non nasce semplicemente dalla perizia tecnica, ma dalla capacità di rendere visibile l'invisibile. Il marmo diventa così una preghiera silenziosa, una pagina di Vangelo scolpita nella pietra, una testimonianza della bellezza che conduce a Dio.
La statua di San Giovanni Evangelista nel Duomo di Voghera continua ancora oggi a svolgere quella missione che appartiene da sempre all'arte cristiana: elevare l'anima, educare alla contemplazione e ricordare che il fine ultimo della bellezza è condurre l'uomo all'incontro con il Cristo, il Verbo fatto carne, «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). In essa si incontrano fede, arte e teologia, fondendosi in un'unica, silenziosa professione di fede scolpita nel candore eterno del marmo.
San Marco Evangelista
Contemplare questa statua di San Marco Evangelista significa sostare dinanzi a una presenza che sembra superare la materia stessa del marmo. Lo scultore non ha semplicemente modellato una figura umana, ma ha saputo imprimere nella pietra il respiro della fede, trasformando il silenzio della scultura in una parola viva, capace ancora oggi di parlare al cuore di chi alza lo sguardo verso di essa. La figura si erge con una compostezza monumentale, inserita nella sua elegante nicchia architettonica, quasi fosse una colonna spirituale che sostiene idealmente il tempio. La verticalità della composizione conduce naturalmente lo sguardo verso il volto dell'Evangelista e verso la mano sinistra, protesa con straordinaria energia. Quel gesto non è soltanto un movimento plastico: è una direzione, un invito, una chiamata. L'indice rivolto verso l'alto indica la sorgente della Verità, ricordando che ogni parola autenticamente evangelica nasce da Dio e a Lui riconduce. Il volto di San Marco è tra gli elementi più intensi dell'opera. La testa leggermente inclinata rompe ogni rigidità accademica e dona alla figura una sorprendente vitalità. Gli occhi sembrano contemplare una realtà invisibile, oltre i limiti dello spazio terreno, mentre la bocca appena socchiusa lascia intuire l'istante stesso dell'annuncio. È come se l'Evangelista stesse pronunciando le prime parole del suo Vangelo: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”. (Mc 1,1): in quella lieve apertura delle labbra si avverte il miracolo della Parola che prende forma. Il marmo, per sua natura silenzioso, diventa voce. La capigliatura ricciuta e la barba, scolpite con raffinata sensibilità, incorniciano il volto conferendogli insieme autorevolezza e umanità. Non appare come un uomo distante o idealizzato, ma come un testimone che porta impressi sul viso gli anni della predicazione, della meditazione e della contemplazione del mistero di Cristo. Le vesti costituiscono uno degli aspetti più affascinanti dell'opera. Il panneggio cade con naturalezza lungo tutto il corpo, formando una successione di pieghe morbide e profonde che catturano la luce e la trasformano in un delicato gioco chiaroscurale. La stoffa sembra perdere il proprio peso materiale per assumere una qualità quasi spirituale: non veste semplicemente il santo, ma ne accompagna il movimento interiore. Particolarmente suggestivo è il grande mantello che scende dal braccio destro, creando un'ampia curva che dona equilibrio all'intera composizione. Questa linea fluida contrasta armoniosamente con l'energia del gesto della mano alzata, generando una tensione dinamica di straordinaria eleganza. La mano sinistra stringe un volume, simbolo evidente del Vangelo che porta il suo nome. Non è un semplice attributo iconografico, ma il segno concreto della missione affidata a Marco: custodire e trasmettere la memoria viva di Cristo. Il libro rappresenta la Parola che attraversa i secoli, capace ancora oggi di illuminare l'intelligenza e convertire il cuore. Dal punto di vista artistico, l'opera manifesta una cultura figurativa profondamente radicata nella grande tradizione classica italiana. Le proporzioni equilibrate, la nobiltà dell'atteggiamento, la compostezza dei movimenti e la raffinata ricerca anatomica richiamano quella sintesi tra naturalismo e idealizzazione che caratterizza la migliore scultura rinascimentale e neoclassica. Nulla è lasciato all'enfasi teatrale: tutto è misurato, armonico, governato da un senso di superiore equilibrio. La luce svolge un ruolo fondamentale. Scivolando sulle superfici candide del marmo, mette in risalto le pieghe delle vesti, addolcisce i lineamenti del volto e conferisce alla figura un'aura quasi soprannaturale. Si ha l'impressione che la statua non rifletta soltanto la luce proveniente dall'esterno, ma ne irradi una propria, interiore, simbolo della grazia che trasfigura la natura umana. Anche il contesto architettonico contribuisce alla forza espressiva dell'insieme. La nicchia accoglie l'Evangelista come un'abside in miniatura, mentre le decorazioni dorate che la incorniciano esaltano il candore del marmo, creando un dialogo cromatico di grande raffinatezza. L'oro richiama la gloria divina; il bianco della pietra evoca la purezza della testimonianza evangelica. Sul piano teologico, San Marco appare qui come l'uomo dell'annuncio immediato. Tra i quattro evangelisti, il suo racconto è il più dinamico, il più incalzante, quasi animato dal desiderio di condurre rapidamente il lettore all'incontro con Cristo. Non è casuale che la statua sembri avanzare idealmente verso l'osservatore: il santo non resta immobile nella contemplazione, ma si fa missionario, inviato, araldo del Regno. Il gesto della mano elevata assume così un significato ancora più profondo. Esso ricorda le ultime parole di Gesù risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.» (Mc 16,15): San Marco diventa quindi l'immagine stessa della Chiesa che annuncia, che testimonia, che indica Cristo senza trattenere nulla per sé. Vi è infine una dimensione profondamente poetica che attraversa tutta la scultura. Osservandola a lungo, si ha la sensazione che il tempo rallenti. Il marmo perde la sua durezza e sembra trasformarsi in carne illuminata dalla grazia; il silenzio della chiesa diventa quasi la prosecuzione della predicazione dell'Evangelista. La sua mano continua a indicare il cielo, il suo sguardo continua a cercare l'invisibile, il libro continua ad aprirsi davanti all'umanità. Questa statua non rappresenta soltanto San Marco: rappresenta la forza inesauribile della Parola di Dio, che attraversa i secoli senza perdere la propria freschezza. È un'opera nella quale arte e fede si fondono in perfetta armonia, offrendo al visitatore non soltanto la bellezza di una magistrale esecuzione scultorea, ma anche l'invito a lasciarsi guidare, come l'Evangelista, verso Colui che è la Via, la Verità e la Vita.
Dinanzi a questa figura marmorea, il visitatore comprende che la vera grandezza dell'arte sacra non consiste semplicemente nella perfezione tecnica, ma nella capacità di rendere visibile l'invisibile. E San Marco, con il suo gesto eloquente e il suo volto acceso da una misteriosa luce interiore, continua ancora oggi, nel silenzio solenne del Duomo di Voghera, a proclamare il Vangelo con la stessa forza con cui lo annunciò quasi duemila anni fa.
San Luca Evangelista
La statua di San Luca Evangelista completa l'incredibile quadrilatero scultoreo di Antonio Minghetti, portando nei pilastri della cupola del Duomo di Voghera una nota di profonda dolcezza, sapienza e sensibilità, composta solennità e di profonda spiritualità. Essendo tradizionalmente riconosciuto sia come medico che come pittore (primo iconografo della Vergine), il San Luca di marmo incarna la compassione della cura e la precisione della scrittura. La pietra, apparentemente fredda e silenziosa, sembra animarsi di una vita interiore che traspare dall'equilibrio della postura, dalla compostezza del volto e dalla dolcezza dello sguardo. Non vi è alcun gesto enfatico: tutto è affidato alla serenità, alla misura e alla forza discreta della fede. L'artista ha saputo modellare un volto maturo, incorniciato da una folta barba e da una capigliatura ondulata che conferiscono all'Evangelista l'autorevolezza del sapiente. I suoi occhi non sembrano fissare lo spazio terreno, ma contemplare una verità più alta, come se il cuore fosse già immerso nella luce del mistero divino. È lo sguardo di chi ha imparato a leggere la storia con gli occhi di Dio e a riconoscere, negli avvenimenti umani, il compimento del disegno della salvezza. Le ampie pieghe della veste scendono con naturale eleganza, creando un raffinato gioco di luci e di ombre che dona movimento alla figura. Il mantello, raccolto con sobria nobiltà sulle spalle, amplifica il senso di solennità senza appesantire la composizione. Ogni drappeggio accompagna lo sguardo verso il volto e verso il libro che San Luca stringe con delicatezza: il Vangelo, tesoro prezioso che egli ha consegnato alla Chiesa e all'umanità. Quel libro non è un semplice attributo iconografico. È il simbolo della Parola che illumina il cammino dell'uomo. San Luca fu infatti il grande narratore della misericordia di Dio. Più di ogni altro evangelista ci ha trasmesso le parabole della compassione divina: il Padre misericordioso che accoglie il figlio perduto, il Buon Samaritano che si china sul ferito, Zaccheo che ritrova la dignità, il buon ladrone che riceve il perdono sulla croce. Il suo Vangelo è un continuo invito a non disperare mai dell'amore di Dio. La tradizione cristiana, come prima accennato, identifica inoltre San Luca come medico, secondo quanto scrive San Paolo nella Lettera ai Colossesi: «Vi saluta Luca, il caro medico» (Col 4,14). Non è difficile allora vedere, nella compostezza della sua figura, quella sensibilità capace di curare non soltanto le ferite del corpo, ma soprattutto quelle dell'anima. Il suo racconto evangelico diventa così una medicina spirituale che consola, guarisce e restituisce speranza. La teologia riconosce a San Luca un ruolo unico anche per la sua attenzione alla Vergine Maria. Solo lui ci ha lasciato le pagine più intime dell'infanzia di Gesù: l'Annunciazione, la Visitazione, il Magnificat, la nascita a Betlemme, la Presentazione al Tempio e Gesù ritrovato fra i dottori. È per questo che la tradizione lo considera il primo iconografo della Madonna: colui che, prima ancora con la parola che con il pennello, ha dipinto il volto spirituale della Madre del Signore, consegnandolo alla memoria della Chiesa. Osservando questa statua sembra quasi di percepire il silenzio della meditazione. San Luca non domina lo spazio con la forza, ma con la profondità della contemplazione. È un uomo che ascolta prima di parlare, che osserva prima di scrivere, che custodisce nel cuore gli eventi per comprenderli alla luce dello Spirito Santo. La sua figura invita anche noi a rallentare, ad abitare il silenzio e a riscoprire il valore della contemplazione. Inserita nella splendida architettura del Duomo di Voghera, la statua acquista un ulteriore significato. Come nelle altre statue, le lesene ornate e le dorature che la incorniciano sembrano aprire una finestra verso il cielo, mentre la candida pietra dell'Evangelista riflette simbolicamente quella luce della grazia che attraversa tutta la sua opera. L'insieme crea un dialogo armonioso tra architettura e scultura, tra materia e spirito, tra bellezza artistica e annuncio evangelico. Contemplando San Luca si comprende come la vera arte sacra non si limiti a rappresentare un santo, ma renda visibile una presenza. Questa scultura non racconta soltanto la memoria di un uomo vissuto duemila anni fa: rende percepibile la forza sempre viva della Parola di Dio. Il marmo si trasforma così in una pagina di Vangelo scolpita nella pietra, capace ancora oggi di parlare al cuore del pellegrino. E forse è proprio questo il messaggio più profondo che questa splendida statua affida a chi la contempla: la fede nasce dall'ascolto, cresce nella contemplazione e si compie nella testimonianza.
San Luca, con il suo libro stretto al petto e con il suo volto illuminato da una pacata sapienza, continua ancora oggi a ricordarci che il Vangelo non è soltanto un testo da leggere, ma una vita da vivere, affinché ogni uomo possa incontrare nel volto di Cristo la tenerezza infinita del Padre.
Giuseppe Frascaroli