CHIESA DI SAN SEBASTIANO IN VOGHERA: UNO SCRIGNO DI OPERE D’ARTE

La Chiesa di San Sebastiano, situata all’angolo tra via Emilia e via Mazzini, nel centro storico di Voghera, è un piccolo gioiello barocco che nasconde una storia affascinante legata alla carità e alla devozione locale. La chiesa è stata edificata come oratorio alla fine del Quattrocento dove sorgeva la chiesa annessa alla Confraternita della Misericordia, i cui membri, che indossavano una lunga cappa, assistevano i condannati a morte prima di accompagnarli al patibolo. Successivamente è stata restaurata nel Seicento e riedificata nel 1844 con facciata in stile neoclassico. Nonostante le dimensioni ridotte, la chiesa ospita opere di grande rilievo. Tra queste ricordo le principali.

Madonna Addolorata

Quest’opera pittorica è stata realizzata nel 1805 da Paolo Borroni (Voghera, 12 gennaio 1749 – Voghera, 1819), celebre pittore neoclassico, noto soprattutto per essere stato uno dei ritrattisti più significativi dell'area lombardo-piemontese tra il XVIII e il XIX secolo. Appena entrati nella chiesa, lungo la parete sinistra dell’unica navata in stile barocco, è visibile la magnifica opera, sotto cui sono state collocate le spoglie del Borroni. (Un’altra Madonna Addolorata del Borroni si trova in Duomo).

Anche qui, come in Duomo, la nostra Addolorata, seduta, è vestita di rosso con manto blu. A questo proposito puntualizziamo che nella tradizione occidentale Maria è vestita di rosso, segno della natura umana su cui discende l’intervento divino simboleggiato dal blu, colore del cielo. Questo differisce dalle icone orientali dove la Madonna presenta normalmente un abito azzurro, ad indicare la natura umana, ricoperta da un manto rosso, segno di regalità e di divinità.  Come da tradizione, il rosso e il blu sono i colori dell’abbigliamento usati dal Borroni nella raffigurazione di Maria; lo sguardo mantiene la stessa commovente espressione dell’Addolorata del Duomo, con gli occhi rivolti verso un angelo dalle belle fattezze che tiene in mano, indicandolo, il calice contenente il sangue di Cristo, simbolo della sua Passione salvifica. Con abile perizia la Vergine è dinamicamente raffigurata con doppia torsione del corpo e movimenti contrapposti: il busto si volge a destra, la testa invece a sinistra. Maria è impeccabile nella sua elegiaca spiritualizzazione, con peculiari rimandi neorinascimentali immersi nella temperie romantica mediante l’uso di un impianto cromatico e luminoso di potente impatto, con sentimento e atteggiamento pietistico. In questa composizione le mani non hanno più le dita intrecciate come nella figura del Duomo ma sono congiunte come nella “Mater Dolorosa” di Carlo Dolci del 1650-1686 circa conservata nel Palazzo Buonaccorsi di Macerata.

In questa Addolorata Borroni è riuscito a bilanciare con armonia i vari elementi della composizione, e a rendere con particolare intensità gli affetti dei personaggi; inoltre ha dato prova del suo acuto realismo nella resa dei particolari. Lo sfondo, dai caldi colori dei monti, presenta un cielo color ocra chiaro, che si inscurisce nella parte alta, assumendo toni freddi, grigio-azzurri, come nell’Addolorata del Duomo.

Madonna col Bambino e le anime del Purgatorio

Prima di addentrarsi nell’analisi di questa imponente tela, è doveroso soffermarsi sulla Confraternita della Misericordia di San Giovanni Decollato. Storica istituzione caritatevole di Voghera, il sodalizio ebbe la propria sede nella Chiesa di San Sebastiano in via Emilia, dove la sua presenza è documentata fino al 1901. Fedeli alla missione delle "Misericordie", i confratelli si dedicavano al mutuo soccorso, all’assistenza dei bisognosi e, con profonda pietas, al conforto dei condannati a morte e alla sepoltura dei defunti. È proprio in questa cornice di carità cristiana che va letta la complessa architettura del dipinto. La scena si apre come una visione celeste che discende sulle ombre della sofferenza. In alto, avvolta da una luce morbida, siede su una nube la Madonna del Carmine, regale e materna insieme. Il suo manto azzurro sembra raccogliere il respiro del cielo, mentre il rosso della veste accenna al mistero dell’amore e del sacrificio. Tra le sue braccia il Bambino, con innocente gravità, volge lo sguardo verso il basso, là dove le anime del Purgatorio si agitano tra fiamme e speranza. È uno sguardo che consola, che promette, che già salva. Ai lati della Vergine, come sentinelle di grazia, sostano Santa Lucia e Santa Apollonia. La prima, legata alla simbologia della "Luce" recata dai confratelli ai condannati, mostra i segni del martirio con serena compostezza. Accanto a lei, Santa Apollonia reca la tenaglia, lo strumento con cui, secondo la tradizione, le vennero divelti i denti per costringerla all'apostasia. Teologicamente, quel ferro non è più un segno di tortura, ma un emblema di vittoria: la Santa, che scelse il rogo pur di non rinnegare Cristo, intercede qui per le anime afflitte, trasformando il ricordo del dolore fisico in uno strumento di consolazione e forza spirituale contro i tormenti della carne e dello spirito.

Alle base del dipinto, in contrasto drammatico, si apre il regno del Purgatorio: corpi avvolti dalle fiamme, volti segnati dal dolore e dalla supplica. Le mani si protendono verso l’alto, tese come radici assetate verso la luce. Ogni gesto è una preghiera, ogni sguardo una richiesta di redenzione. Eppure, non c’è disperazione assoluta: tra le lingue di fuoco si intravede già una tensione verso la salvezza, una fiducia che trova risposta nella presenza materna sopra le anime. L’intera composizione si trasforma in un dialogo sacro tra cielo e terra, tra pena e grazia. La luce scende dall’alto come una promessa, accarezzando i volti e spezzando le ombre. È un invito alla speranza, un canto silenzioso di intercessione e amore, dove la Vergine si fa ponte tra il dolore umano e la misericordia divina. Questa pala d'altare incarna così la missione stessa della Confraternita: invocare la salvezza per l'anima dei condannati, affinché la grazia possa toccarli prima ancora che il corpo sia separato dallo spirito.

Il San Sebastiano

Di fronte all’Addolorata del Borroni, merita attenzione un’opera pittorica straordinaria, che raffigura san Sebastiano nel momento immediatamente precedente al martirio, soffermandosi su quell’istante di sospensione in cui la violenza è annunciata ma non ancora compiuta. Si tratta di un tempo liminale, iconologicamente rilevante, in cui la costrizione fisica del corpo convive con una scelta spirituale già pienamente assunta. Al centro della composizione emerge il corpo del santo, nudo fino ai fianchi, costruito secondo un ideale anatomico che richiama il nudo classico, ma trasfigurato in chiave cristiana. La carnagione chiara, investita dalla luce, lo distingue nettamente dal contesto più scuro e terroso, facendone il fulcro visivo e semantico dell’opera. Il panneggio chiaro che gli cinge i lombi, mosso da pieghe nervose, accentua il contrasto tra la purezza del martire e la brutalità dell’atto imminente. Le braccia sollevate, già in parte costrette al tronco, assumono una duplice valenza: gesto di costrizione e, al tempo stesso, postura di offerta, che richiama iconograficamente il Cristo legato o il Cristo alla colonna. Il volto di San Sebastiano, leggermente ruotato e illuminato, non esprime terrore ma una serena accettazione, come se lo sguardo fosse già rivolto oltre la violenza terrena. Il martirio appare così come realtà spiritualmente compiuta prima ancora di realizzarsi sul piano fisico. Attorno a lui agiscono i robusti carnefici, dai gesti energici e talvolta scomposti, resi con accentuato naturalismo. I loro gesti appesantiti, il cromatismo caldo e scuro delle vesti e la postura piegata verso il basso li contrappongono alla verticalità luminosa del santo. Sullo sfondo, il paesaggio animato da soldati e cavalli allude al contesto imperiale della persecuzione, ampliando l’episodio individuale a paradigma universale della fede perseguitata. In alto, una presenza angelica introduce una dimensione escatologica decisiva: l’angelo, sospeso tra cielo e terra, non interviene per sottrarre Sebastiano alla morte, ma per trasfigurare il senso dell’evento. Con gesto lieve e solenne, egli si appresta a porre sul capo del santo la corona del martirio, non come premio futuro, ma come segno di una vittoria già acquisita nello spirito. La corona, resa come luce che discende, anticipa iconograficamente l’esito del sacrificio e scioglie la linearità del tempo narrativo. L’opera costruisce così un equilibrio complesso tra dramma e redenzione, tra storia e teologia, facendo del corpo martiriale il luogo in cui la violenza umana e la promessa divina si incontrano. San Sebastiano non è solo vittima, ma emblema della vittoria della fede sulla morte, testimone luminoso di una libertà interiore che nessuna persecuzione può spezzare.

Un altro dipinto raffigurante san Sebastiano, di cui si parlerà in seguito, è stato recentemente restaurato e restituito alla chiesa.

Il San Sebastiano restaurato

Questo dipinto seicentesco, molto danneggiato, è stato casualmente trovato in un deposito della chiesa. Dopo un attento e scrupoloso restauro da parte di “Gabbantichità” di Tortona è stato recentemente mostrato al pubblico il 20 gennaio 2026, in occasione della festa di San Sebastiano, santo patrono della Polizia Locale. Alla solenne cerimonia erano presenti numerose autorità religiose e civili, tra cui S. Ecc. Mons, Guido Marini, Vescovo di Tortona, che ha benedetto il quadro, Paola Garlaschelli, Sindaco di Voghera, il corpo della Polizia Locale di Voghera, oltre a un numeroso pubblico.

La composizione pittorica restaurata è molto bella, gradevole e armoniosa: si apre come una visione sospesa tra la tragedia umana e la promessa del divino. San Sebastiano è raffigurato nel momento in cui il dolore fisico sembra trasfigurarsi in esperienza spirituale: il suo corpo, giovane e luminoso, emerge dall’ombra con una potenza quasi scultorea, come se fosse stato modellato dalla luce stessa. La pelle, calda e dorata, cattura una luce che sembra provenire più dall’anima che dal paesaggio attorno, e la postura è straordinariamente espressiva: il busto si incurva in un movimento elegante e drammatico, mentre il braccio sollevato sopra la testa crea una linea sinuosa che guida lo sguardo verso il volto. Questo gesto sembra allo stesso tempo una resa e un’offerta, come se il santo si stesse consegnando a una volontà superiore. L’altro braccio, disteso verso il basso con la mano aperta, suggerisce una fragilità profondamente umana, un momento di abbandono che rende la figura ancora più intensa e vicina allo spettatore. Le frecce, conficcate nella carne, non appaiono solo strumenti di martirio, ma segni silenziosi di una prova spirituale, come spine di una rosa sacra. Il volto, sollevato verso l’alto, è attraversato da un’estasi dolce e struggente: gli occhi cercano qualcosa oltre il mondo visibile, forse consolazione, forse eternità. I capelli mossi sfiorano la luce, creando un’aura naturale che dialoga con il cerchio luminoso dietro il capo, simbolo di santità e di trascendenza. Il drappo rosso che avvolge i fianchi introduce un contrasto cromatico potente. È il colore del sangue, del sacrificio, ma anche della vita e della passione. Cade con pieghe morbide, quasi mosse da un vento invisibile, e dona alla composizione un senso di movimento e vitalità, impedendo alla scena di diventare statica. Attorno, il paesaggio si fa distante, quasi indifferente, lasciando la figura isolata in uno spazio sospeso tra sofferenza umana e gloria divina. È un’immagine che non racconta solo il martirio, ma la trasformazione: il corpo ferito diventa preghiera, il dolore diventa luce, e l’uomo diventa simbolo eterno di resistenza e speranza.

Giuseppe Frascaroli

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LE QUATTRO STATUE DEGLI EVANGELISTI NEL DUOMO DI VOGHERA

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